CLINICA E TERAPIA

L'analisi esistenziale nell'esperienza depressiva

Traduzione del prof. Mario Di Fiorino del testo della conferenza "L'analyse existentielle dans l'expérience dépressive" tenuta a Lyon-Bron, nei giorni 6 e 7 Novembre 1987. Ringraziamo il prof Kuhn per l'autorizzazione alla pubblicazione della traduzione italiana. Il testo originale è già comparso in "Comprendre" 4/89 e in "L'Évolution Psychiatrique" 54, 3, 1989.

Per lo psichiatra, un'analisi esistenziale prende il via in un fenomeno concreto: nell'immagine clinica di un uomo malato. Scegliamo un caso tipico. Un uomo di 50 anni, la madre ed un fratello del quale soffrivano di depressione endogena, diviene poco a poco depresso. E trattato per cinque anni senza successo da una decina di medici generici, specialisti e psichiatri. E' ospedalizzato diverse volte. Gli vengono prescritti nel corso di 5 anni ventisei differenti medicine, per via orale e per iniezione. Lo stato è migliorato e si è aggravato, ma non vi è stata una remissione netta. Entrando in terapia offre la sintomatologia classica di una grave depressione endogena vitale. I miglioramenti verso sera non sono che poco pronunciati.
Il malato si lamenta! Un lamento centrale concerne il suo pensiero. Soffre di pensieri negativi, che gli vengono spontaneamente, che si ripetono continuamente e che non può arrestare. Se cerca di sbarazzarsene, ciò gli costa uno sforzo immenso, e spesso non vi riesce. Una volta era un organizzatore molto abile; oggi non riesce più a mettere ordine nel suo mondo per agirvi in maniera normale.
All'inizio del trattamento le stesse difficoltà si presentavano anche nei sogni. Più tardi, al contrario, i sogni gli mostravano un mondo assolutamente ordinato, nel quale poteva agire come una volta, benché durante la giornata la sintomatologia restasse immutata.
E’ quest'ultimo fenomeno che ci servirà come punto di partenza per la nostra analisi. Si tratta di un fenomeno ben conosciuto. Un altro malato ci ha detto:
"Nei miei sogni vivo, mentre quando sono sveglio sono morto".
La psicologia ha spesso paragonato il pensiero del sogno con il pensiero psicotico, ed ha sempre constatato fra di essi analogie precise e illuminanti per la comprensione delle manifestazioni patologiche (1). Dal punto di vista della psicopatologia, osservazioni come quelle dei due casi citati rappresentano un vero paradosso. Paradosso tanto più interessante in quanto all'inizio il malato aveva detto che non sapeva più distinguere lo stato di veglia e lo stato di sonno. Una tale situazione richiede di essere analizzata con metodi esistenziali perché la logica del pensiero quotidiano non è capace di risolvere un simile paradosso.
L'analisi esistenziale può procedere in due maniere differenti. Ossia si serve di strutture esistenziali per comprendere un certo fenomeno psicopatologico come Henry Maldiney ha fatto per il lamento melancolico (2). E' il metodo del filosofo. Il medico-psichiatra ha a sua disposizione il malato, può parlargli, può interrogarlo, può ascoltare gli argomenti e le obiezioni dell'autore dei fenomeni patologici. Ma ogni conversazione tra uomini (e ciò vale anche per il dialogo dello psichiatra col suo paziente) deve essere strutturata. In analisi esistenziale, lo psichiatra si serve di conoscenze filosofico-esistenziali per strutturare il suo dialogo. A cosa porta un tale dialogo?
Una prima constatazione, molto sorprendente, consiste nel fatto che il malato depresso, come mostra il nostro esempio, si serve spontaneamente di termini che non sono molto usati nel parlare ordinario, ma che appartengono al vocabolario della fenomenologia e dell'analisi esistenziale. Tale è la parola sulla negatività che veniamo ad incontrare. Non c'è niente di cui possa occuparsi, niente verso cui si senta attirato, niente che l'interessi, che lo rallegri, che gli procuri piacere.
A questo proposito il malato si esprime nel modo seguente:
"Non riesco più a niente, non provo più niente, è come se non avessi più sentimenti. Il provare non c e più. Non provo più niente corporalmente, né sessualmente, né per la mia donna, né per il mio bambino che sta per nascere. È un vuoto spaventoso attorno a me ed io stesso sono talmente vuoto".
Quando il malato si lamenta di limitatezze, di pesantezza e di oppressione, ciò non si rapporta al mondo esterno ma al suo sentire interno. Lo sforzo che deve fare per superare il vuoto viene sentito in questo modo. Per arrivare agli altri uomini e alle cose, egli deve superare una resistenza enorme e anche quando si sforza non vi riesce. È il suo proprio movimento che egli dovrebbe compiere e che si arena davanti alla resistenza del vuoto.
Ciò che appare come vuoto, egli lo designa anche come "disordine". Dove porta il suo sguardo incontra un puro disordine. In ciò egli vede un'esigenza di sopprimere la mancanza, ma non può. Un tempo era capace di ben organizzarsi e anche di condurre gli altri a fare lo stesso; oggi non è più capace di fare egli stesso qualcosa: "Ho piuttosto il desiderio di essere sul cammino degli altri".
"Non mi sento più a mio agio da nessuna parte; sono impaziente, sono un uomo insoddisfatto e me la prendo con me stesso, mi odio. Non sono soddisfatto in nessun caso di ciò che sono e di ciò che faccio. Sono sempre completamente sfasato (a parte). Sento che mi sono perduto da me stesso, che non sono più me stesso. Ho il sentimento di sentirmi irritato. Mi rivolto contro tutto".
"Sento che ho fatto tutto sbagliato. Ho sempre la coscienza cattiva. Sono completamente disperato. Cose che non mi riguardano assolutamente per niente, mi obbligano ad occuparmi di loro. Mi irrito per minime cose come per un pezzo di carta per terra".
Questi autorimproveri hanno un rapporto fortemente pronunciato al passato.
"Non ho imparato a pormi dei limiti. Avrei dovuto un tempo imparare delle lingue straniere. Avrei potuto, se avessi conosciuto delle lingue, fare dei viaggi. Tutto ciò l'ho trascurato. Ho letto troppo poco. Troppo poco ho fatto per gli altri, troppo poco ho coltivato la comunità con gli altri. Non ho mai avuto tempo né per gli altri né per me stesso: ero sempre ansioso, incerto, dipendente da una conferma. Ho una grande paura a ricordarmi il passato, a riesumare il passato".
Il malato cerca sempre di rendersi presente la sua infanzia, le sue prime relazioni con la moglie, l'inizio della sua malattia, ma è uno sforzo vano che mai ha avuto buon esito.
Egli si lamenta: "Il mio pensiero è limitato. Non ho l'intera possibilità di pensare. Ho il sentimento di essere bloccato con i miei pensieri e che non posso cambiarlo. Il mio pensiero non segue più il suo corso come voglio. Improvvisamente un pensiero è in me e non me ne sbarazzo più. Allora questo gira, questo gira, questo gira. I pensieri girano in circolo. Non posso più allontanarmene. Mi trovo impacciato in una corrente circolare. Sento che non vado avanti. Non vedo via d'uscita. Devo sforzarmi per tutto. Ho sempre il sentimento che posso troppo poco. Ragiono sempre. Penso sempre. Ma provo molta fatica a seguire un pensiero positivo. Ciò che penso sono dei pensieri negativi; vengono da loro stessi, sono ciò che si sviluppa da se stesso. Va bene sempre al negativo".
"Parlo sempre di me. Non arrivo a liberarmi da me. Prima tutto mi passava dilato, per conto suo, e non mi faceva niente. Oggi devo sforzarmi per tutto. Non ho più nessuna fiducia in me. Bisogna sempre che confronti, ma solamente verso l'alto, mai verso il basso. Ho sempre il sentimento di essere più debole".
In risposta ad una domanda precisa, il malato conferma quello che risalta già dalle sue parole: tutti i suoi pensieri, anche quelli negativi, sono per lui i suoi propri pensieri.
Tutte queste parole concernenti la sintomatologia di questo stato depressivo non fanno che riprodurre delle frasi che il malato ha espresso spontaneamente nel corso di sedici consultazioni durante quattro mesi. Lo stato è da allora migliorato, certamente in seguito al trattamento, forse anche spontaneamente per una parte.
Bisogna ammettere che l'impressione che dà questa descrizione non corrisponde alla realtà. Si tratta ben, in effetti, di frasi espresse letteralmente dal malato durante le sue conversazioni con il medico.
Ma queste frasi erano allora attorniate da altre frasi, dove il malato raccontava quello che aveva fatto, con le quali egli riferiva le giornate precedenti, ciò che era successo nella sua vita familiare e nel suo lavoro. Parlava anche dei suoi sogni della sua salute fisica, di ciò che aveva letto nel giornale, o del tempo attuale, discorsi inautentici del "sé". Le frasi riportate qui erano delle esclamazioni di lamenti, sopraggiunte di quando in quando nel corso delle sue conversazioni e in generale senza relazione con l'insieme delle frasi di cui esse interrompevano lo stesso movimento continuo.
Queste lamentele erano indirizzate al medico con un certo tono di rimprovero perché la sua condizione non era ancora migliorata. In altri posti le stesse lamentele erano anche la risposta alla domanda sulle condizioni di salute del malato. La lamentela è sempre legata ad un cambiamento dello stile del discorso del malato, che diviene personale, oggi si ama dire "impegnato".
Prima di proseguire questa analisi, dobbiamo aggiungere alcune parole sulla vita coniugale del malato e sulle condizioni di salute di sua moglie, che soffre anch'ella di uno stato depressivo cronico e assai accentuato. E’ probabile che non si tratti solo di una depressione reattiva o indotta dalla malattia del marito, ma anche di una depressione endogena. La sua risposta a tutto ciò che il malato le domanda o le propone è "no"!. Ella è contro tutto, è sempre scontenta, sempre di cattivo umore, si lamenta continuamente della malattia di suo marito, non ha pazienza, non parla che per rimproverargli di non avere volontà, di essere un uomo incapace, debole, senza energia, si lamenta delle lamentele di lui e di tutto ciò che egli dice o fa. Il loro figlio, che è medico, mi ha confermato l'atteggiamento impossibile di sua madre. Non si tratta dunque di un sintomo depressivo del marito, quando il malato descrive in questo o in quel modo il comportamento di sua moglie. Questa interviene anche nella cura, ripete ogni giorno a suo marito che le medicine del medico non valgono niente, che niente cambia, che e sempre la stessa cosa, che dovrebbe abbandonare questa cura. Un intervento del medico faccia a faccia con la moglie non ha avuto che un effetto negativo. Ella è ininfluenzabile, ripete senza sosta la stessa cosa e rifiuta energicamente una cura ed una stessa visita con il medico sulle sue condizioni di salute che giudica perfette.
Un'analisi esistenziale non può limitarsi a descrivere il mondo del malato limitato a lui solo e a ciò che il suo io prova; deve introdurre l'altro ad ogni livello. Il genio della lingua tedesca ha creato due forme verbali per esprimere la relazione con l'altro, "mit-sein" e "miteinander sein". La seconda forma aggiunge al "mit sein" un "eins-sein", "uno con l'altro", un "essere con l'altro in unità"... vale a dire in totalità con delle parti dipendenti, o membri. …

Per il testo intero si rimanda a "Psichiatria e territorio" Volume VII, Numero 2, (1990).


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A cura di Geko Sistemi