CLINICA E TERAPIA

Quaranta anni di farmaci antidepressivi

Traduzione di E. Pavesi

Riassunto
1.Gli antidepressivi moderni rappresentano uno straordinario arricchimento dell'arsenale farmacologico. La malattia depressiva è molto frequente, determina una grande sofferenza per le persone affette e arriva a costituire un fattore di rischio per il suicidio. Viene talora sottolineato il grave onere del costo dei farmaci di nuova generazione per il sistema sanitario pubblico, senza però considerare l'enorme impatto a livello familiare e sociale dei risultati delle terapie.
2.Dalle esperienze fatte con l'utilizzo dei nuovi antidepressivi si possono ricavare utili indicazioni sia per la psichiatria che per la medicina generale. I farmaci agiscono non solo sui sintomi "mentali", ma anche a livello somatico. Non ricordarlo può determinare accertamenti e terapie superflui e costosi. Questa scotomizzazione del corpo è legata al riaffiorare di una concezione dualistica tra separazione di anima e corpo.
Terapia biologica degli stati depressivi fino al 1957
Questo tema si basa sull'ipotesi di principio di un fondamento biologico degli stati depressivi che rappresenta il presupposto per la possibilità del loro trattamento per mezzo di farmaci. Si tratta di conoscenze che risalgono all'antichità. Omero descrive nell'Odissea come gli eroi greci sopravvissuti alla presa di Troia scoppiassero in lacrime al ricordo dei compagni caduti. Elena avrebbe fermato le lacrime con vino a cui aveva aggiunto una sostanza ricavata da piante. Si dovrebbe trattare di oppio: fino a 60 anni fa le cure d'oppio erano il solo trattamento sicuramente efficace contro la depressione.
Anche all'antichità, precisamente a Plinio, risale la notizia di una terapia con le fonti termali di Spa, nel Belgio attuale. Già allora si sapeva che esse contenevano ferro. Almeno in parte gli ammalati dovevano essere affetti da depressione. Nel 1645 il filosofo Descartes aveva raccomandato queste fonti alla principessa Elisabetta contro la sua melancolia, anche se riteneva che fosse di origine reattiva.
Infine già 60 anni fa le depressioni venivano trattate con attacchi epilettici provocati artificialmente. Il metodo non era privo di rischi e, in caso di fasi depressive con frequenti recidive, con il tempo perdeva di efficacia.

2. Ipotesi psicogenetica degli stati depressivi

Questi fatti consentono di riconoscere un fondamento biologico degli stati depressivi, che peraltro è stato constatato spesso. È noto che gli stati depressivi mostrano una certa somiglianza con il lutto in seguito alla perdita di un caro parente. Anche altri avvenimenti gravosi possono provocare una depressione. Quando viene trovata o anche solo ipotizzata una tale causa per uno stato depressivo si parla di depressione "reattiva" e si ritiene quindi che molte depressioni abbiano una origine unicamente psichica. Ne é seguita la distinzione fra depressioni "reattive" e "endogene", che compaiono senza una causa apparente. Depressioni "sintomatiche" compaiono in seguito a un danno cerebrale organico certo.
Ora, le depressioni reattive mostrano non solo sintomi psichici ma anche somatici. Al contrario le depressioni endogene e sintomatiche presentano non solo sintomi somatici ma anche psichici. Fra i sintomi somatici si possono ricordare: disturbi del sonno, stanchezza, difficoltà e rallentamento della motricità, dell'attività del pensiero e della capacità di prendere una decisione. Da questo scaturiscono sensi di oppressione e pesantezza. Queste manifestazioni sono spesso più accentuate alla mattina che non alla sera. Sintomi psichici della depressione sono soprattutto il tono dell'umore depresso, la perdita della capacità di provare piacere, di mantenere i propri interessi e di allacciare contatti con altre persone, e in fine idee deliranti e di suicidio.
Le manifestazioni di stati depressivi che si presentano a livello di funzioni somatiche vengono chiamate "vitali", seguendo Kurt Schneider che si era riferito al filosofo Max Scheler. È logico pensare che sintomi somatici possono essere eliminati in primo luogo anche per mezzo di un intervento sul corpo.

3. La scoperta di farmaci che agiscono in modo specifico contro la depressione

Al secondo Congresso internazionale di psichiatria nel settembre 1957 a Zurigo ho tenuto davanti a una dozzina di presenti una breve relazione su una nuova sostanza chimica capace di migliorare e spesso di guarire stati depressivi. Rappresentava il riassunto di una esposizione più dettagliata pubblicata nel numero speciale della Schweizerische Medizinische Wochenschrift, settimanale medico svizzero (Vo. 87, pp. 1135-1140, 1957), dedicato a quel congresso. Si trattava della sostanza chiamata successivamente imipramina (Tofranil). La struttura chimica dell'Imipramina assomigliava a prima vista a quella della cloropromazina1 (Largactil). La nuova sostanza mostrava però chiaramente un effetto differente da quello della cloropromazina. Essa agiva soprattutto sui disturbi funzionali somatici che come abbiamo appena ricordato accompagnano le depressioni, cioè sui sintomi vitali.
La prima pubblicazione si basava sulle esperienze raccolte in 40 casi clinici dopo un esame di poco più di un anno. L'importante psichiatra belga Bobon mi ha detto una volta: "La sua descrizione è sorprendente. Particolarmente sorprendente è il fatto che il 95% di tutto ciò che è essenziale per l'uso clinico di questa sostanza si trova già nella prima pubblicazione".

4. I primi anni del nuovo trattamento della depressione

Le mie osservazioni furono presto confermate da specialisti in Svizzera e all'estero. Si trattava di cliniche e di psichiatri ambulatoriali che seguivano esattamente le mie raccomandazioni riguardo all'indicazione. Dopo 5 anni erano apparse più di 1500 pubblicazioni.
Però apparve anche una diffusa ignoranza della depressione vitale. Un professore ordinario di una università svizzera ad esempio mi ha convocato per comunicarmi che tutte le mie affermazioni erano false e che la sostanza non agiva sulle depressioni. Gli esperimenti condotti con i suoi collaboratori non avevano mostrato alcun effetto. In effetti non aveva letto la mia pubblicazione. Inoltre aveva trattato solo casi gravi con idee deliranti depressive, per i quali io non avevo mai raccomandato il medicinale. Altre cliniche invece sostenevano che le depressioni sono di origine psichica e che non potrebbero essere curate con medicinali.
Queste e altre affermazioni simili mi hanno indotto 5 anni dopo l'introduzione del medicinale a riferire in un altro articolo della Schweizerische Medizinische Wochenschrift (Vol.94, p.590-601, 1964) sui dati che allora erano a disposizione. L'indicazione per il trattamento con un antidepressivo venne descritta con precisione. Inoltre fu possibile comunicare numerose particolarità sui fenomeni che si possono osservare nel corso del trattamento e sul loro significato.
Negli anni successivi la terapia si è largamente diffusa: le pubblicazioni relative salirono in breve tempo a molte migliaia e il numero dei pazienti trattati raggiunse presto le sette cifre. Già agli inizi apparirono altre indicazioni per l'applicazione dei nuovi farmaci antidepressivi. Essi sono di particolare interesse per la psichiatria infantile, tra l'altro per il trattamento della enuresi, per la quale si presta particolarmente la maprotilina. Gli antidepressivi hanno poi un'azione analgesica e danno buoni risultati nei dolori cronici di tipo reumatoide o in corso di malignomi. In questo modo si offre la possibilità di risparmiare alcaloidi.

5. Il meccanismo d'azione degli antidepressivi

Era ovvio allora che ci si ponesse delle domande sul meccanismo d'azione di un farmaco capace di migliorare i sintomi depressivi. Per molto tempo l'industria chimica svizzera non ha capito l'importanza della scoperta dell'effetto antidepressivo e non ha mostrato grande interesse per il meccanismo d'azione. Negli Stati Uniti d'America e a Mosca la situazione era differente! Per diverse vie dirette e indirette si arrivò ad attribuire ai Neurotrasmettitori un ruolo importante nell'azione dei farmaci sul sistema nervoso centrale. Dapprima si ritenne di aver trovato che il meccanismo più importante dell'azione dell'imipramina fosse una inibizione del re-uptake nello spazio sinaptico della serotonina e poi anche della noradrenalina. In tal modo si poteva spiegare un aumento dell'attività dei neuroni corrispondenti e si suppose che questi fossero alterati nel corso delle depressioni. Oggi noi sappiamo che questa teoria è giusta solo in parte e che i processi sono in realtà molto più complessi. Conoscenze sul meccanismo d'azione sono però indispensabili per poter utilizzare nella pratica in modo appropriato sostanze ad azione antidepressiva. Gli psichiatri però non ne tengono minimamente conto.

6. Altre sostanze ad azione antidepressiva
Già prima della scoperta dell'azione antidepressiva dell'imipramina John Cade in Australia aveva osservato nel 1949 un effetto positivo dei sali di Litio sugli stati maniacali. Questa osservazione rimase trascurata a lungo fino a quando il medico danese Mogem Schou non ne riconobbe tutta la portata. Si constatò che il litio può essere attivo anche nelle depressioni.
La descrizione degli effetti psicotropi dell'iproniazide risale al 1952. Si tratta di un derivato dell'isoniazide, un medicinale contro la tubercolosi. Alla ricerca di sostanze analoghe venne scoperta l'iproniazide che non presentava alcun effetto contro la tubercolosi ma provocava un accentuato innalzamento del tono dell'umore. Nel 1957, quasi contempo-raneamente alla scoperta dell'imipramina Loomer e Kline hanno descritto un effetto antidepressivo della sostanza che poi venne messa sul mercato dalla Hoffman La Roche di Basilea con il nome di Marsilid. Si constatò che si tratta un inibitore della monoaminoossidasi, che inibisce la metabolizzazione dei neurotrasmettitori Noradrenalina e Serotonina, ciò che porta pure a un incremento dell'attività dei neuroni corrispondenti. Dato che il preparato risultò epatotossico e vi furono casi letali, dovette essere ritirato dal commercio. In seguito, ripetutamente, sono state trovate e messe sul mercato sostanze con un'azione simile, per ultimo il moclobemide (Aurorix) della Hoffman La Roche di Basilea. Questi preparati hanno certamente un effetto antidepressivo, vengono usati, ma non hanno mai potuto sostituire l'imipramina e i suoi derivati.
La Geigy di Basilea trovò che un metabolita monometilderivato dell'imipramina, (desipramina2, Pertofran) aveva un effetto antidepressivo. La stessa ditta ha sintetizzato una molecola simile alla cloropromazina, clomipramina (Anafranil), che mostra un'attività maggiore sulle sinapsi serotoninergiche. La Ciba AG di Basilea, apportando modifiche al sistema degli anelli, ha sviluppato la maprotilina (Ludiomil), che agisce esclusivamente sulle sinapsi catecolinergiche. Dal punto di vista anatomico e funzionale sinapsi catecolinergiche e serotoninergiche sono strettamente collegate. Praticamente non é possibile agire isolatamente solo su una o sull'altra delle funzioni biochimiche.
Successivamente si è cercato di procedere a delle modifiche della molecole, ciò che portò all'amitriptilina3 (Laroxyl, Saroten, Tryptizol). Altre modifiche hanno dato origine ad altri derivati, per esempio opipramolo (Insidon), trimipramina (Surmontil), dibenzepina (Noveril), che presentano pure un'azione antidepressiva, anche se in media meno accentuata, ma che in parte sono più sedativi. Si riscontrarono effetti antidepressivi anche in molecole con struttura differente, per esempio la mianserina4 (Tolvon), doxepina (Sinequan), trazodone (Trittico), Tripto-OH. In epoca più recente sono stati raccomandati come antidepressivi i preparati di Johanniskraut (Erba di S. Giovanni), pianta officinale del genere Iperico, contenente ipericina. Infine si è alla ricerca di sostanze che agiscono solamente sulle sinapsi serotoninergiche. Si tratta soprattutto di fluoxetina5 (Fluctine, Prozac), fluvoxamina6 (Floxyfral), citalopram7 (Seropram), sertalina8 (Zoloft), paroxetina9 (Deroxat). Per ultimo si deve ricordare che viene raccomandata anche la bromocriptina (Parlodel). A causa dei loro effetti tossici alcuni preparati sono stati ritirati dal commercio, precisamente zimelidina (Normud) e nomifensina10 (Alival),

7. Il problema degli effetti collaterali degli antidepressivi

Gli antidepressivi della prima generazione avevano soprattutto effetti collaterali anticolinergici, come una fastidiosa secchezza delle fauci, eccessiva sudorazione, stitichezza, aumento di peso e disturbi della minzione. Ci si è domandati se questi effetti collaterali sono strettamente legati all'effetto terapeutico. Per quanto riguarda l'aumento di peso si è rilevato quanto segue: ai primi segni corrispondenti è necessario raccomandare di seguire prescrizioni dietetiche. Per quanto riguarda gli altri effetti collaterali è opportuno utilizzare le oscillazioni circadiane dell'equilibrio spontaneo vegetativo e dell'umore, somministrando farmaci con effetti collaterali anticolinergici durante le fasi in cui prevale il tono vagale. I farmaci che agiscono prevalentemente sulle sinapsi serotoninergiche non causano problemi con il peso corporeo, ma piuttosto disturbi dell'appetito, della digestione e diminuzione della potenza sessuale come della libido nelle pazienti. Comunque negli ultimi tempi sono state raccomandate prevalentemente sostanze serotoninergiche che però
spesso non sono efficaci. Un tale preparato, Fluoxetina (Prozac, Fluctin), ha rivelato di poter dare luogo a fenomeni di abuso, ciò non è noto per tutti gli altri antidepressivi e sicuramente è da escludersi per molti che sono utilizzati ormai da tempo.

8. Allargamento delle indicazioni per gli antidepressivi

Nella prima pubblicazione del 1957 venne raccomandata come indicazione principale dell'imipramina la sola depressione endogena con sintomi vitali. Questo vale ancor oggi.
Anche le depressioni sintomatiche sulla base di malattie organiche cerebrali con o senza innalzamento della pressione arteriosa possono rispondere bene, nel caso non sussista un processo di atrofia cerebrale di rilievo.
Già allora venne affrontata a fondo la questione in quale misura anche le reazioni psicogene possono rispondere positivamente. Casi in cui hanno dato buoni risultati hanno mostrato che è effettivamente possibile. Anche su questo punto non c'è niente da correggere. Nella seconda trattazione del 1962 si trova la seguente affermazione: "Malattie nevrotiche con sintomi ossessivi, isterici, neurastenici e ansiosi sembrano stare più frequentemente di quanto non si creda in relazione con depressioni vitali e per questo rispondere ottimamente ai farmaci antidepressivi" (p.593). Quanto più assiduamente il medico cerca i sintomi depressivi, quanto meglio egli li conosce, tanto più frequentemente nelle malattie che vengono abitualmente diagnosticate come nevrosi viene trovato un sottofondo depressivo, che con gli antidepressivi sparisce insieme al quadro nevrotico.
Per quanto riguarda la sintomatologia ansiosa si deve sottolineare la genesi spesso parossistico-epilettoide di questa sintomatologia. In questi casi la carbamazepina (Tegretol) agisce per lo più egregiamente. La formula chimica della carbamazepina contiene urea, che è anche un costituente dell'antiepilettico Fenobarbital. Inoltre nella formula chimica della carbamazepina è contenuta una parte della molecola dell'imipramina. In questo modo si potrebbe pensare di aver chiarito l'azione della carbamazepina, che è tanto antiepilettica quanto antidepressiva, ma ciò fa sorgere una questione particolare. Se si tiene conto che la provocazione di attacchi epilettici può curare una depressione non è del tutto chiaro perché un antiepilettico possa essere contemporaneamente anche antidepressivo. Per quanto mi risulta questo è un problema ancora insoluto, ma estremamente interessante dal punto di vista scientifico.
A proposito dell'azione di antidepressivi specifici su una sintomatologia ansiosa si può accennare di passaggio a componenti schizoido-schizofreniche di stati ansiosi. Se sussiste un sospetto in questa direzione è indicata una combinazione della terapia antidepressiva con neurolettici. Lo stesso vale peraltro anche per depressioni pure, non appena esse presentano anche una componente delirante.
Infine a proposito della sintomatologia ansiosa si deve discutere la combinazione, spesso raccomandata, di antidepressivi con benzodiazepine. L'ansiolisi prodotta da queste sostanze dipende forse dalla loro componente antiepilettica. A prima vista una tale combinazione è allettante. Le benzodiazepine possono provocare anche una certa indifferenza affettiva. A causa di questo effetto molti depressi all'inizio hanno l'impressione di un azione positiva delle benzodiazepine sulla loro malattia, dal momento che soffrono meno di disturbi emotivi. Questo però è illusorio, in quanto la depressione sussiste ancora, spesso è più accentuata, ma i malati se ne preoccupano meno. Inoltre l'azione miorilassante delle benzodiazepine può accentuare l'incapacità di prendere delle decisioni. Nella pratica si osservano continuamente pazienti che dopo un certo periodo di trattamento con questa combinazione lasciano gli antidepressivi e prendono unicamente benzodiazepine, da cui sono diventati dipendenti. Il ritorno alla terapia con antidepressivi risulta allora per lo più molto difficile.
Deve essere chiaro che queste osservazioni introducono una trasformazione di tutte le concezioni fondamentali della psicopatologia. Non è possibile affrontare questo tema, basti accennare solo a un punto.
Nei 35 anni successivi all'affermazione citata letteralmente quasi nulla è stato assimilato dalla coscienza degli psichiatri. In un solo punto c'è stato un cambiamento negli ultimi anni. Oggi, quadri ossessivi vengono trattati prima di tutto per lo più con antidepressivi, e in questi casi hanno dato buoni risultati soprattutto quelli che agiscono prevalentemente sulle sinapsi serotoninergiche. Chi conosce l'opera di Muriel Gardiner sull' "Uomo dei lupi" di Freud, non ne sarà sorpreso. Come si è visto in seguito, quel caso che Freud aveva diagnosticato come una nevrosi e che riteneva di aver guarito con la psicoanalisi presentava fasi depressive con ricadute durante tutta la vita.

9. Rischio di suicidio

Una terapia antidepressiva di pazienti depressi che presentano un certo rischio di suicidio è pericolosa se cessa l'inibizione degli impulsi suicidi. Comunque, un suicidio può avvenire anche nell'ultima fase della malattia prima della guarigione. Questo fatto venne segnalato già nella prima pubblicazione. Antidepressivi assunti a dosi superiori a quelle terapeutiche, come può capitare in un tentativo di suicidio, possono essere pericolosi per la vita.
Un altro problema è costituito dagli impulsi suicidi che compaiono come raptus. Si tratta di una forma particolare del rischio di suicidio che presenta un carattere parossistico. In questi casi si impone un trattamento con carbamazepina (Tegretol), che è anche in grado di agire in modo profilattico contro il suicidio.

10 Cause di un mancato effetto degli antidepressivi e possibilità di rimuoverle

Certamente gli antidepressivi noti finora e attualmente disponibili non agiscono in ogni caso. È difficile fornire delle cifre al riguardo e molto facilmente si possono commettere degli errori. Come è stato sostenuto nella prima pubblicazione, da due terzi a tre quarti di tutti i pazienti depressi reagiscono positivamente agli antidepressivi. Il numero oscilla in base alla qualità dell'esame, alla ripartizione in fasce d'età del gruppo esaminato, alla compliance nell'assunzione dei farmaci e ad altri fattori. Per esempio, gioca un ruolo se il gruppo di malati di uno studio proviene da una regione in cui l'assistenza medica di base è in grado di riconoscere i malati depressi facili da curare e li cura ambulatorialmente con competenza: in questo caso può rimanere a disposizione della ricerca scientifica solo un gruppo di malati che rappresenta la selezione di quelli più difficili, complicati e cronici. Naturalmente questo si ripercuote sulla statistica dei successi. La situazione è molto differente se tutti i pazienti sofferenti di depressione vengono presi in cura da un solo centro.
Negli ultimi anni un nuovo problema ha complicato la situazione. L'Organizzazione Mondiale della Sanità ha curato l'edizione di una Classificazione Internazionale dei Disturbi Psichici (ICD). Al nr. 10 del cap. V (F) a pag. 120. dell'edizione tedesca si legge a proposito dei criteri diagnostici clinici: "Se si vuole, la classificazione consente l'utilizzazione della sindrome somatica. Ma ci si può rinunciare senza che ci sia la perdita di informazioni". Questo è esattamente il contrario di ciò che io ho affermato nella mia prima pubblicazione, di ciò che ho trovato continuamente confermato e che ho quindi ripetuto in conferenze e pubblicazioni. Le conseguenze di un tale modo d'agire non sono prevedibili. A mio avviso con queste basi non è possibile fare una ricerca scientifica attendibile e un trattamento ottimo degli stati depressivi.
Questo costituisce pure una delle ragioni della mancanza di successi nella ricerca di farmaci antidepressivi veramente nuovi e migliori. Ciò è stato espresso in modo chiaro e netto, e senza che sia stato contestato, in un congresso internazionale all'Istituto Pasteur di Parigi nell'ottobre del 1995. I presunti successi rappresentati dalle sostanze che agiscono sulle sinapsi serotoninergiche si basano su fatti molto vecchi, noti ormai da circa 40 anni. Fino a quando a livello mondiale si continuerà a fare della ricerca con lo stile attuale, non ci si può attendere cambiamenti.

11. Decorso spontaneo dei disturbi depressivi e conseguenti errori di valutazione dei provvedimenti terapeutici

Gli stati depressivi sono una malattia molto frequente. Nella maggioranza dei casi compaiono con fasi di durata molto differente. Sovente solo una volta nella vita, spesso si ripetono ad intervalli differenti o costanti. Vi sono però anche dei decorsi cronici di differente intensità. Se questi non sono molto accentuati, si possono sovrapporre fasi con manifestazioni più gravi, che poi scompaiono.
Molti depressi non vengono riconosciuti come tali o sono mascherati da sintomi psichici che indirizzano in un'altra direzione. È spesso difficile scoprire il fondamento depressivo di un disturbo somatico o psichico. Del tutto inadatto è il metodo, oggi molto diffuso, di leggere al paziente domande fisse alle quali deve rispondere solo con si o no, raramente con più o meno, le cosiddette rating scales. Da queste risposte vengono ricavati dei risultati quantificati, che vengono poi elaborati matematicamente. Tali liste di domande possono costituire al massimo lo spunto per l'esaminatore nell'ambito di un colloquio non strutturato, da uomo a uomo, con una buona comprensione reciproca. L'elaborazione matematica dei risultati dà l'illusione di una precisione che in verità non esiste e che può indurre in errore.

12. Necessità di ampliare la terapia con antidepressivi specifici

È già stato ricordato come, per quale ragione e in quali casi gli antidepressivi devono essere combinati con neurolettici e carbamazepina. Vi sono però altri motivi per una mancata o insufficiente risposta al trattamento antidepressivo.
È comunemente noto che alcune donne possono soffrire di distimie depressive pre- e post-mestruali, che talvolta possono proseguire anche dopo la menopausa. In molti casi un semplice trattamento dimostra una notevole efficacia. Le distimie depressive premestruali sono legate molto spesso a ritenzione idrica con aumento del peso corporeo. Questo può essere prevenuto con un diuretico leggero e di azione prolungata come il clortalidone11 (Hygroton) da 5 a 3 giorni prima del periodo. Le distimie non compaiono più. In depressioni più gravi, in cui durante il periodo premestruale si verifica solamente un peggioramento, l'aggiunta di un diuretico alla terapia antidepressiva influenza positivamente la sintomatologia.
Si è potuto constatare pure che anche nel caso di insufficiente risposta agli antidepressivi da parte di pazienti di sesso maschile l'aggiunta di un diuretico può portare alla remissione completa. Un incremento della terapia antidepressiva da solo può talvolta non essere sufficiente. Vi sono anche casi di depressioni croniche nelle quali la combinazione con un diuretico può portare a successi rimarchevoli.
Del resto si sa da tempo che anche gli antidepressivi possono agire sul metabolismo dell'acqua.
Le distimie depressive postmestruali sono provocate molto spesso da sideropenia in seguito alla perdita di sangue. In questi casi la combinazione con una cura di ferro può aiutare, a condizione che il ferro somministrato a scopo terapeutico venga assorbito ed elaborato in maniera adatta. Da 35 anni è noto che una insufficiente azione di una cura antidepressiva può essere dovuta a sideropenia. Nella clinica di Salisburgo Fishbach lo ha segnalato nel 1973. Di questo fatto non si è quasi preso atto, solamente qua e la viene fatto riferimento a questa problematica. Fa impressione vedere come esperienze di questo tipo, che risalgono a circa 2000 anni fa, che erano già note a Plinio e Descartes, vengano confermate dai risultati più recenti della ricerca, ma d'altra parte si riscontrino difficoltà a rendere di pubblico dominio dati di fatto così chiari.
Il meccanismo d'azione del ferro nel trattamento della depressione è noto. Nel processo di sintesi di dopamina, noradrenalina e serotonina c'è un passaggio che dipende necessariamente dal ferro bivalente come coenzima della idrossilasi della tirosina o del triptofano. Un tale deficit può essere dimostrato dal riscontro nelle urine di metaboliti di diversi stadi di queste sintesi. Effettivamente, con questo metodo biochimico possono essere confermate tanto queste carenze quanto l'effetto terapeutico. Per farsi un'idea della situazioni di metalli più rari si ricorre oggi all'analisi dei capelli. Altre sostanze che agiscono in questo metabolismo sono il rame, la vitamina C e la vitamina B6, che quindi in certi casi possono essere impiegati con successo. Un altro importante coenzima, la tetraidrobiopterina mostra una chiara efficacia antidepressiva, purtroppo solo per poco tempo. Essa non sembra avere un ruolo dominante nel caso di resistenza alla terapia.
Probabilmente altre sostanze minerali sono coinvolte nella origine della depressione e nel suo trattamento. Già decenni fa è stata descritta una azione antidepressiva del manganese, lo stesso vale probabilmente per zinco e cromo, solo che le relazioni biochimiche per quanto mi risulta non sono state ancora sufficientemente chiarite. Per il momento la psicofarmacologia clinica e scientifica non sembrano interessarsi minimamente a questi problemi. Nel Official Publication of the American College of Neuropsychopharmacology: Psychopharmacology, The Fourth Generation of Progress, un'opera di 2000 pagine edita da Blum e Kupfer, Raven Press, 1994 non si trovano nell'indice, peraltro dettagliato, cenni al proposito. Questo concorda esattamente con le considerazioni dell'Organizzazione Mondiale della Sanità a proposito della diagnosi della depressione.

Note

1 In Italia in commercio con i nomi di: Largactil, Prozin.
2 In Italia in commercio con il nome di: Nortimil.
3 In Italia in commercio con i nomi di: Laroxyl, Adepril, Triptizol.
4 In Italia in commercio con il nome di: Lantanon.
5 In Italia in commercio con i nomi di: Prozac, Fluoxeren.
6 In Italia in commercio con i nomi di: Fevarin, Dumirox, Maveral.
7 In Italia in commercio con i nomi di: Seropram, Elopram.
8 In Italia in commercio con i nomi di: Zoloft, Serad, Tatig.
9 In Italia in commercio con i nomi di: Seroxat, Sereupin.
10 In Italia in commercio con il nome di: Psicronizer.
11 In Italia in commercio con il nome di: Igroton.

* Lettura Magistrale: Vierzig Jahre psychopharmakologische Depressionsbehandlung tenuta nel Convegno "La valutazione degli interventi. La prassi dei Dipartimenti di Salute Mentale". Viareggio, 19-21 giugno 1997.

Per il testo completo si rimanda a Psichiatria e Territorio, Vol.XIV, N 1 (1997).


HOME PAGE Go at the top of the page



A cura di Geko Sistemi