COMUNITA' TERAPEUTICHE

Attraverso lo specchio: un viaggio nelle Comunità terapeutiche inglesi

Introduzione

Ho trascorso tre mesi a Londra, alla fine del 1986, frequentando come tirocinante l'Aibours Crisis Centre, una piccola Comunità Terapeutica dell'Arbours Association e visitando altre Comunitа Terapeutiche, pubbliche e private. "Dietro lo specchio ci sono sicuramente delle cose meravigliose" pensava Alice, e lo stesso pensavo io della psichiatria sociale inglese: Maxwell Jones e Tom Main, Cooper e Laing, e poi l'influenza della Tavistock, e poi .."l'erba del vicino è sempre più verde".
Ma le cose "dietro lo specchio" non erano molto diverse: ho ritrovato situazioni e problemi simili alla realtà "di casa nostra" e mi sono anzi fatto l'idea che la psichiatria sociale in Italia sia molto più viva e consistente di quanto non avvenga oltre la Manica. Ho visitato infatti strutture molto interessanti, condotte con grande serietà e preparazione, che tuttavia mi sono parse sostanzialmente marginali rispetto all'establishment psichiatrico inglese. Questa impressione è confermata dall'esame della legislazione psichiatrica britannica dove l’attenzione del legislatore è prevalentemente rivolta a regolamentare i ricoveri ospedalieri e, ancor più di quanto accade nella legge italiana, riguardo all'assistenza psichiatrica territoriale c'è un drammatico vuoto normativo. Quarant'anni dopo i primi "esperimenti", le Comunità Terapeutiche sono rimaste un'esperienza minoritaria ed anche disomogenea al suo interno; si ha a volte l'impressione che una Comunità sopravviva nella nicchia che è riuscita a crearsi e non sia in grado di diventare un'esperienza riproducibile. A questo proposito è probabilmente fondamentale il rapporto di dipendenza che quasi tutte le Comunità hanno nei confronti del leader.
Per diversi motivi questo libro esce con quasi quattro anni di ritardo rispetto alla permanenza dell'autore a Londra; in questo Cooper e Ronald Laing; due degli esponenti di punta della corrente antipsichiatrica che ha animato, dagli anni 60, il Therapeutic Community Movement. Per me e per molti "giovani psichiatri" questi autori hanno rappresentato uno stimolo, una provocazione e una sfida; ci hanno sopratutto insegnato a dubitare: cioè a non credere all'incomprensibilità dell'esperienza schizofrenica e ad esporci come persone (e non solo come come psichiatri) nel rapporto individuale col paziente. Anche se entrambi non mi sembrano essere riusciti a rimanere del tutto coerenti con le premesse da cui erano partiti e, ad un certo punto, paiono essersi arroccati su posizioni dogmatiche e poco disponibili al confronto, credo che dobbiamo loro una profonda riconoscenza; pertanto il pensiero di David Cooper riportato all'inizio del libro mi è parso un modo degno per ricordare, insieme all'autore, la tensione ideale che dovrebbe sempre animare il nostro lavoro.


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A cura di Geko Sistemi