CLINICA E TERAPIA

Quando la comunità è terapeutica

Le strutture intermedie.

Le strutture intermedie, pur non rappresentando una novità nel panorama psichiatrico, si sono andate diffondendo in Italia in tempi recenti ed in modo disomogeneo sul territorio nazionale con gravi ritardi che hanno di fatto collocato il problema della assistenza al paziente cronico "tra i fantasmi del manicomio e strutture territoriali fantasmatiche" (1).
Il loro sviluppo si accompagnato a profondi mutamenti nella cultura psichiatrica (2), per la critica all'istituzione ospedaliera ("manicomiale") (3), la crisi del concetto di cronicità (4), la valorizzazione dei fattori socio-ambientali e degli interventi terapeutico-riabilitativii(5), avendo come retroterra le rilevanti esperienze europee iniziate giа a partire dagli anni Trenta (6).
Il tema delle strutture intermedie ha assunto crescente rilievo nel dibattito sui problemi di una assistenza psichiatrica che operi in assenza di ospedali psichiatrici (2) ed alte sono state le aspettative sulle potenzialità terapeutiche e sulla capacità di fornire riposte ai bisogni ampi e complessi della cronicità che trovavano di fronte a sè un vuoto terapeutico (7, 8, 9). Il confronto con lo psicotico "che non guarisce", che fa "della catastrofe psicotica una modalità di vita discretamente stabilizzata" (10), una "paradossale maniera di esistere non esistendo" (11) si configura infatti come un'area critica, una zona buia della psichiatria.
Per i pazienti più giovani l'effetto jatrogeno legato all'ipostimolazione istituzionale è assente: questo permette di osservare il decorso del disturbo schizofrenico con prospettive differenti, evidenziandone la sensibilità alle stimolazioni ambientali, ai life events ed al clima affettivo della famiglia (12). D'altra parte, non avvenendo più quello che è stato definito il "modellamento psicotico manicomiale", abbiamo assistito al "modellamento psicotico territoriale" (1) ed in antitesi alla "lungodegenza manicomiale" alla "lungodegenza domiciliare", derivabile sia dallo stile di vita che il paziente cronico può assumere a casa propria sia dalla tendenza (inconfessata) degli operatori ad evitare i pazienti più scomodi e regrediti, che rifiutano il rapporto con il servizio e si oppongono ad ogni trattamento (13).


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A cura di Geko Sistemi